James Dean e le sue macchine ribelli

Dalla 356 Speedster bianca alla ‘Little Bastard’: storia meccanica di un ragazzo che correva più veloce del suo tempo.

James Dean non fu un semplice attore hollywoodiano, né tantomeno uno dei tanti ribelli costruiti a tavolino dalla macchina dello spettacolo. Era un ragazzo inquieto che cercava nella velocità un luogo mentale, un respiro diverso, una sorta di geometria emotiva capace di dargli ordine. Le auto furono la sua seconda pelle, mezzi di un viaggio personale che lo portava lontano dalle luci dei set e più vicino alla parte di sé che solo la corsa sapeva rivelare. In un’America giovane, impulsiva, affamata di libertà, Dean diventò il simbolo di un’epoca proprio grazie a questo rapporto viscerale con i motori.

La storia inizia nel 1955, quando acquistò una Porsche 356 Super Speedster bianca, una vettura spartana e bassa, con l’abitacolo essenziale come la cella di un monaco votato alla velocità. Dean la definiva “il mio guscio perfetto”, perché vi si sentiva protetto eD allo stesso tempo libero, come se la carrozzeria lo contenesse senza limitarlo. Con quella 356 partecipò alle sue prime vere competizioni, iscrivendosi con una serietà inattesa per una star del cinema. Nei weekend in cui Hollywood si riversava nei locali notturni, Dean caricava la Speedster sul rimorchio trainato dalla sua Ford Country Squire e partiva verso Palm Springs, Bakersfield o Santa Barbara per correre contro piloti molto più esperti di lui. Il suo numero di gara, 23F, iniziò a comparire nelle classifiche con crescente stupore degli appassionati.

La trasformazione definitiva avvenne quando decise di passare a qualcosa di ancora più estremo. La Porsche 550 Spyder, telaio 550-0055, arrivò nella sua vita a Settembre del 1955, come un oggetto proibito che prometteva tutto e chiedeva tutto. Leggera, esile, quasi aggressiva nelle forme, era una macchina progettata per vincere e basta. Nell’ottica di una miglior maneggevolezza, la 550 è la prima Porsche stradale con il motore centrale. Ferdinand #Porsche, pioniere di questo schema riprese il concetto dalle Auto Union da corsa degli Anni ’30. La disposizione del motore si traduceva in un comportamento stradale neutro, ma il basso coefficiente del momento d’inerzia della massa intorno all’asse verticale del veicolo poteva portare ad una rotazione improvvisa che rendeva difficile il controllo della vettura.

George #Barris, trasformatore di auto per esigenze cinematografiche, le diede il nome di “Little Bastard”, una provocazione che sembrò adattarsi con inquietante naturalezza al carattere della vettura e alla fame di rischio del suo nuovo proprietario. Il numero di gara diventa il 130. L’episodio che la leggenda non ha mai dimenticato è l’incontro con Alec #Guinness, avvenuto poche ore prima in un ristorante a Los Angeles: l’attore inglese guardò la Spyder e disse a Dean che quella macchina gli dava “un senso di morte”, avvertendolo che, se l’avesse guidata, sarebbe morto entro una settimana.

Una frase che oggi suona come una condanna scritta a margine della storia: Dean morì sette giorni dopo, il 30 Settembre 1955, sulla strada per una gara a Salinas.

Tra le sue compagne di avventura non va dimenticata la Triumph TR5 Trophy, la motocicletta con cui veniva spesso fotografato vicino agli studi, e che rappresentava la sua maniera di scaricare l’adrenalina nei giorni in cui non poteva correre con la Porsche. Era il mezzo più sincero del suo piccolo parco, la moto da cui non voleva mai separarsi anche quando la fama gli addossava abiti e automobili più vistose.

Le macchine di James Dean, oggi, non sono soltanto oggetti appartenuti a un’icona. Sono frammenti di una storia breve e incandescente, in cui un ragazzo tenta di trovare il proprio equilibrio a 150 km/h. La 356 e la 550 Spyder non furono semplici automobili: furono le due facce della sua identità, la passione e la tentazione, l’apprendistato e il salto nel vuoto. Forse è per questo che, a distanza di settant’anni, ancora continuiamo a parlarne: perché dentro quelle auto, Dean non cercava la morte, cercava se stesso.

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